Tria

Due eventi di stringente attualità come il Tria Gate e il congresso sulla famiglia di Verona hanno messo in evidenza le tre componenti del Governo Conte, componenti per certi versi inconciliabili, costrette da una legge elettorale quanto meno bizzarra a dover per forza di cose cooperare all’interno di un unico Governo. Passata la buriana, vediamo di mettere ordine alle idee. Esiste una componente “contrattuale” composta da cinquestelle e lega, ed un'altra, voluta dal presidente della Repubblica, che ha accettato la bizzarra coalizione, a patto di poter mettere il suo zampino in ministeri chiave. Ministri già conosciuti e provati nelle istituzioni, per fare si che le novità apportate dal cambiamento di partiti nella cabina di regia, sia sotto il controllo anche della Presidenza della Repubblica. Ed è per questo motivo che Abbiamo ministri già conosciuti, ad esempio Tria, Moavero.

Questa curiosa composizione, è, se vogliamo una clausola di salvaguardia a tutela dell’Euro. Tutti noi ricordiamo che Mattarella rifiutò il ministro dell’Economia proposto dai partiti, e vide la rinuncia di Conte al suo primo incarico. In quella occasione ebbe a dire: “Quella dell’adesione all’Euro è una scelta di importanza fondamentale per le prospettive del nostro Paese e dei nostri giovani: se si vuole discuterne lo si deve fare apertamente e con un serio approfondimento. Anche perché si tratta di un tema che non è stato in primo piano durante la recente campagna elettorale.” Fu una specie di evento storico, dove i partiti e le istituzioni arrivarono ad un patto per l’Italia, dove, pur di poter operare in un governo, i movimenti politici accettarono una gestione del presidente su alcuni temi, anche fondamentali, quali, l’Euro.

Oggi, in prossimità delle elezioni europee, questo patto a tre viene meno, la denuncia di Lega e Cinque stelle sulla consigliera di Tria, Bugno sembra andare al di là della questione stessa, il braccio di ferro tra Tria e i due vicepresidenti del Consiglio dei Ministri sembra nascondere interessi ben più gravi, sembra quasi che si sia iniziato a scavare “nell’armadio” perché si ritiene che il patto di governo del giugno scorso stia venendo meno, e i due partiti protagonisti della maggioranza non hanno più voglia di farsi controllare da una ingombrante balia istituzionale. In casa salviniana la crescita sui sondaggi e le recenti vittorie alle amministrative chiedono una maggiore visibilità e maggiori deleghe governative, in casa pentastellata si cerca di recuperare il consenso perso con un importante incarico governativo ad uno dei “Big”, magari proprio l’esule Alessandro di Battista, che ha rifiutato la candidatura alle europee ma non disdegnerebbe un incarico alla Farnesina. Un extra lavoro per il primo ministro Conte, che come sempre dovrà spendersi per ricucire tutti i malumori, e non solo quelli nati tra Spadafora e Fontana a proposito dei temi del Congresso della Famiglia. Con questi segnali provenienti dai palazzi e queste turbolenze, sarà difficile traghettare il Governo per i prossimi mesi.

Davide Gatto

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