La società a costo marginale zero. Jeremy Rifkin

Approfitto della recente edizione dell'ennesimo "oscar saggi" di Jeremy Rifkin per dare una lettura ad un suo ultimo lavoro "la società a costo marginale zero". Sono molti anni che non leggo un suo saggio ed è tanto tempo che mi risparmio le sue letture perché da lustri ormai diventate troppo "governative". Rifkin prevede che la fine prossima del Capitalismo sarà dovuto al costante crollo del costo marginale di produzione dei beni che normalmente vengono venduti sul pianeta. Attenzione del Capitalismo ma non del mercato. La concorrenza le nuove scoperte, lì'innovazione tecnologica, per loro natura, in ogni mercato portano il costo marginale dei prodotti venduti prossimo allo zero. Questo fenomeno si sta verificando in tantissimi mercati. Per cercare di fare capire meglio al lettore devo fare un passo indietro e definire che cosa è il costo marginale. nella teoria economica classica, quella di Smith e Marshall per intenderci, costo marginale unitario corrisponde al costo di un'unità aggiuntiva prodotta, cioè alla variazione nei costi totali di produzione che si verifica quando si varia di un'unità la quantità prodotta. Non è molto importante nella dinamica del libro, l'importante è capire che spesso e volentieri i prodotti che compriamo sono prodotti ad un costo prossimo davvero allo zero. Questo implica, come è facile da intuire, un grande salto di paradigma che, secondo Rifkin, cambierà anche la stessa essenza del Capitalismo.

Settore dopo settore i costi si sposteranno verso lo zero e il capitalismo dovrà cambiare paradigma. lentamente il pil dalla frenata che ha subito, inizierà a ridursi, perchè sono sempre di più le persone che rinunciano all'acquisto per redistribuire e riciclare. Per Rifkin dopo il 2050 il pil perderà di valore e lo stato di salute dell'economia si baserà sugli indici di qualità della vita nel commons collaborativo. Rifkin nel capitolo successivo ad una interessante e documentata introduzione ci parla della la storia del commons e delle due successive rivoluzioni industriali, parte scritta davvero bene e imperdibile se non si conosce il tema delle enclosures che ha avviato la prima rivoluzione industriale. Nella seconda parte inizia il libro vero e proprio in termini di argomenti. (in effetti puoi saltare il primo capitolo se hai già buone nozioni sugli enclosures act e sulla prima e seconda Rivoluzione Industriale. Evidente che Rifkin prende a modella quello che è accaduto con decine di prodotti e servizi dopo la diffusione della rete internet. Il costo marginale di produzione in breve tempo è stato azzerato e dunque molti prodotti sono offerti gratuitamente. Infrastrutture, alcuni prodotti, e la autoproduzione di energia porteranno il costo marginale di altri prodotti vicino allo zero e dunque se ne renderà libera la fruizione. il fenomeno si diffonderà in molti mercati, con beni a costo marginale ridottissimo, il settore più prevedibile è quello delle rinnovabili, dove si parlerà di autoproduzione di energia. L'autoproduzione e lo scambio, al posto dell'energia tradizionale prodotta da combustibili fossili, come si trattasse della rete internet, sarà una della caratteristiche del mondo avvenire che, a detta di Rifkin porterà alla fine del capitalismo e all'avvento della filosofia legata ai beni comuni.

Il capitolo successivo è una interessante digressione sulla nascita lo sviluppo e l'implementazione di tutto il mondo della stampa in 3D. Salto la descrizione di questo racconto per parlare di una interessante citazione presa proprio da questo capitolo. Una volta descritta la storia della stampa 3D Rifkin ci parla di un mondo futuro "neoghandiano", infatti il grande uomo del secolo scorso ebbe a dire sulla produzione in serie, e in particolar modo sul mondo della produzione in massa che "Se è vero che le cose prodotte sarebbero prodotte in aree innumerevoli, il potere verrebbe da un solo centro selezionato...L'idea di un potere tanto smisurato venga concentrato in un organismo creato dall'uomo mi atterrisce. Una delle conseguenze di un siffatto potere è che per la mia luce la mia acqua e persino la mia aria, e per tutto il resto , dipenderei da quel potere. Credo che questo sarebbe terribile". A mio giudizio è questo il punto. se non si esce dall'economia di mercato al più presto possibile e non si prende a modello un modello di equa distribuzione come quello ghandiano, personalmente non vedo il futuro così roseo. Rifkin invece scrive che una condizione di equilibrio di uscita dal capitalismo e un lento ma inesorabile ritorno ai commons, si andrà ad avere da se.

Segue una riflessione sul cambiamento della scuola e dei suoi percorsi riguardanti l'apprendimento e una digressione su quello che, viste le previsioni sarà il futuro concetto di lavoro, lavoratore e mercato del lavoro.

Il capitolo successivo entra nel vivo della questione Commons. in poche righe Rifkin inquadra la questione per come si è sviluppata negli ultimi 40 anni. In pratica, prima di 40 anni fa tutti gli studiosi raccontavano la storia che prima non c'erano regole e che d un certo punto è arrivata la regolamentazione privatistica. Iniziarono dei filoni di studi dagli anni '80 in poi volti a scoprire in tutto il mondo le regole non scritte ma preesistenti dei Commons di tanti villaggi. Questi studi sono culminati con il premio nobel che nel 2009 ha ottenuto la professoressa Ostrom proprio nella ricerca sul campo, quasi antropologica dei Commons ancora esistenti e dei modelli di economia dei Commons. Solo dopo aver passato in rassegna il mondo accademico, rfkin parla dei "nuovi commons", quelli legati lle telecomunicazioni alla rete internet e tutta quella serie di operatori che condividono la filosofia del commons sul lavoro nelle nuove reti come internet.

Il libro poi passa in rassegna tantissime iniziative aziende, perfettamente classificate che possano confermare l'assunto iniziale, dalla moneta complementare alle automobili senza guida, al bike sharing, al crowd funding, alla fine della pubblicità. Tutte note in armonia con la sinfonia scritta di Rifkin, sinfonia che a sua detta potrebbe anche intervenire in tempo a salvare il nostro eco sistema. Più che una sinfonia, direi una speranza.

Davide Gatto

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