I veri numeri delle primarie del PD

Potrebbe sembrare autolesionistico tornare sui voti delle primarie del PD, ma cerchiamo di fare necessità virtù e sottoponiamoci a questa delicata analisi.

Leggo dal sito del Partito Democratico i risultati delle primarie e sono tre i dati che emergono.

Il primo è che Matteo Renzi è nominato da questa “assemblea” segretario del PD, le percentuali bulgare ci aiutano a capire che queste primarie, spesso e volentieri, sono nulla altro che una ratifica, molto vicini alla politica plebiscitaria e lontana dalla politica dei congressi di partito, direi un segno dei tempi. Il secondo dato che emerge è che una sensibile parte di coloro i quali facevano nel 2013 politica nel Partito Democratico, hanno abbandonato la nave verso altri lidi. Assessori, società miste, “cammelli e fritture” di varia appartenenza, preferiscono muoversi, anche in maniera abbastanza rapida, verso altri porti, probabilmente il più lontano possibile dal partito della riforma costituzionale sbagliata e del Jobs act. Il terzo dato è che il nuovo segretario Matteo Renzi perde 638 mila 845 voti se prendiamo in considerazione le stesse votazioni del 2013. Il segretario presentatosi nel 2013 come un vero carneade al di fuori della Toscana, oggi vede i suoi consensi diminuire a livello nazionale di un imbarazzante 34%. Questo ultimo dato mi ha spinto a effettuare un ulteriore approfondimento. Vediamo dunque dove Renzi ha perso questi voti, considerando i territori. Ed è qui la sorpresa, perché il calo è fortemente sbilanciato. Infatti di tutte le preferenze prese, il neo segretario Renzi perde solo 32461 voti nel mezzogiorno, addirittura guadagna in Basilicata e Calabria e perde 18 mila voti in Puglia, la regione che ha visto un aumento di affluenza alle primarie grazie alla candidatura del popolare presidente pugliese, Michele Emiliano. Dunque, considerando anche il fatto che in puglia si candidava “Emiliano”, il “Bomba” nel meridione mantiene truppe cammellate, strutture politiche e voto di opinione a se. Anche nelle isole perde un numero trascurabile di voti, circa novemila. La Pearl Harbour renziana è nell’Italia Centrale, ben 373 mila voti, il 58% delle perdite si quantifica nelle regioni del Centro, soprattutto Toscana e Emilia Romagna. Renzi perde anche nel Lazio, ma la sua perdita si mantiene nella perdita media nazionale, probabilmente l’azione di Zingaretti è stata efficace, ma una perdita di 40 mila preferenze nel Lazio è occorsa anche per la vicenda di mafia capitale e la conseguente elezione del sindaco pentastellato Virginia Raggi. Se nelle regioni del centro c’è stata una Pearl Harbour, nel Nord assistiamo a una Caporetto. Renzi Renzi perde 229215 preferenze, pari al 35,88% dei voti persi. In termini percentuali è il Veneto che regala la peggiore debacle ai leopoldini, con il 48, 57% in meno rispetto al 2017. Proprio in termini percentuali lo spread tra nord e sud si evidenzia nettamente, in quanto la Basilicata, pittelliana, totalizza un +30,64% in favore dell’Ex premier rispetto alle primarie PD del 2013. Dunque il Sud e le isole raggruppate non vanno oltre il 7% in termini di contribuzione, mentre la restante parte di Italia contribuisce per il 93% di voti in meno. Per gli amanti delle percentuali, il meno 30% di voti a Renzi in effetti al centro nord diventa un 38-45% e al sud si attesta intorno al 10-15% con addirittura due regioni che aumentano le preferenze.

Ovviamente non si tratta di elezioni, tuttavia cerchiamo qualche spiegazione. L’aspetto più evidente è che la componente storicamente socialista presente in Toscana ed Emilia Romagna, a livello anche istituzionale, si sia fatta sentire. Va anche da se, tenendo presente che queste elezioni sono pilotate anche dai governatori delle regioni, che spingono i loro entourages a votare per i vari candidati del PD, che le regioni amministrate da giunte di colore diverso al PD siano crollate nelle preferenze perché i portatori di interessi nelle istituzioni sono di altra parrocchia e non appartengono al Partito Democratico, in pratica, dove non c’è un presidente del PD, al di là di scisma e scissioni, ci sono meno truppe cammellate.

Un ultima componente è quella, che poi è la più interessante, è il gradimento da parte del popolo della sinistra nei confronti dell’azione di Governo di Matteo Renzi, che definirei senza mezzi termini “effetto Hollande”. Forse che il jobs act non sia stato accettato nelle parti produttive del paese, e invece sia accolto in maniera diversa al sud, dove la scelta forzata tra disoccupazione e il jos act, fa preferire il secondo? Tra qualche mese conosceremo la verità.

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