Dal sanzale al workfare, dai falsi invalidi al basic income: welfare europeo? Quello che in Italia m


"Chiediamo un programma di emergenza per fornire lavoro a tutti coloro che ne hanno bisogno, o quando lavorare non è praticabile, un reddito annuo garantito a livelli che consentono di vivere in circostanze decenti . E' fuori di dubbio che la ricchezza e le risorse del Stati Uniti rendono l'eliminazione della povertà assolutamente realistico. " - Martin Luther King Jr.

workfare

Cait Reilly fu mandata a lavorare da Poundland (tutto ad una sterlina) da uno job center. Qualora lei non avesse accettato il lavoro, avrebbe perso il reddito minimo del job center che in quel momento la stava sostenendo. Il Problema è che Cait stava già facendo il suo percorso, era apprendista presso un museo locale, e stava facendo, come apprendista appunto, il suo percorso da geologa disoccupata.

Il Programma che forza i cittadini in difficoltà al lavoro è conosciuto in tutto il mondo come workfare, la versione se vogliamo, se esistono ancora queste divisioni, liberista del welfare. Il Programma “Work for benefits”, inaugurato dal premier David Cameron è decisamente un programma orientato al workfare, un aiuto alle grandi imprese per trovare manodopera a costo zero piuttosto che un aiuto agli ultimi della società. In questo caso Cait si è opposta all’Alta Corte di Giustizia, vincendo il suo ricorso.

il sanzale

In Italia, dove questi strumenti non esistono ancora e, soprattutto al Sud, al posto dei job center ci sono "i sanzali". Il sanzale, utilizzato prevalentemente in industria e nell'agricoltura, promette un lavoro ai disoccupati, persone solitamente senza alternativa e con loro divide il compenso che proviene questa volta dall’impresa che assume i disoccupati di turno. Dove esiste, il Workfare non è altro che una sorta di “Sanzale di Stato”, lo Stato fa quello che fanno questi procacciatori abusivi, in pratica ti offre un lavoro al quale non si può rifiutare, pena una perdita economica, fornendo il vantaggio di una manodopera a basso costo alle imprese e una vita sempre più precaria per i lavoratori.

i falsi invalidi

Ma L’Italia è il paese del Bengodi, esistono i politici quelli della politica “vera” che mai e poi mai lascerebbero il cittadino nelle mani del crudele caporalato. La spesa in Italia, a detta di Luca Ricolfi (la stampa 17 febbraio del 2011), sulle pensioni di invalidità, annessi e connessi è di 30 miliardi di euro. Di questa spesa però, secondo vari calcoli, possiamo stabilire che il 30% delle cd pensioni di invalidità non sono dovute, sono “false”. Margherita Billeri, Mario Centorino e Pietro David trovano una correlazione tra questo fenomeno, che costa circa 10 miliardi all’anno e la “politica” il loro studio parla apertamente di “filiera del consenso” “Se potessimo ricostruire l’iter per l’assegnazione delle pensioni di invalidità(…) vi vedremmo coinvolti micro imprenditori del consenso, medici di famiglia, medici specialisti, medici delle istituzioni, funzionari, magistrati, consulenti patrimoniali, organizzazioni mafiose locali” . E poi:”Le inchieste giudiziarie parlano di corruzione e di scambio che partono dal medico certificante e coinvolgono via via i soggetti decisori degli altri passaggi. C’è un riscontro a questo sospetto. Sono moltissimi i medici delle commissioni di invalidità che, in un modo o in un altro sono inseriti nelle liste elettorali dei vari partiti e risultano eletti”. Ma che bello allora, in Italia lo Stato spende per un reddito garantito senza condizioni, incondizionato, se non alla conoscenza di un medico in vena di candidarsi.

basic income

Questo è proprio uno dei concetti che, sulla materia, fa dividere tutto il mondo civilizzato, tutto il resto d’Europa ad esempio; un reddito minimo garantito condizionato all’ accettazione di qualche costrizione, ad esempio una forma di lavoro, versus un reddito minimo incondizionato, universale, senza condizioni, che non necessiti per la sua erogazione ad esempio dell’accettazione di una proposta di lavoro. In tutto il mondo questa seconda versione prende il nome di Basic Income e, naturalmente, visto il grande dibattito in Europa, economico, filosofico e sociale, è stato introdotto prima in Brasile.

B.I. e’ tutto sommato una forma universalistica di reddito minimo garantito che non soggiace ad altre regole che lo vanno a ridimensionare, nella pratica, spesso, soprattutto in Europa, quando con lo strumento BI si è ecceduto troppo nella spesa, quest’ultimo viene “emendato” da alcune regolette ad esempio riguardo al tempo di erogazione e al reddito delle persona al di sotto del quale se ne acquisisce diritto. BI “puro” ad esempio è in Germania per i ragazzi fino a 18 anni di 250€ al mese, è senza limitazioni, ma è riservato soltanto ai giovani.

Stai a vedere che con la storia dei finti invalidi, della disoccupazione agricola, la mobilità, la mobilità lunga, i prepensionamenti, la cassa integrazione, i lavori socialmente utili, è proprio l’Italia ad essere il primo paese a adottare un vero sistema di reddito di cittadinanza incondizionato, (o meglio condizionato alla conoscenza dell’amico “giusto”) ??

…la differenza…

Purtroppo no, ironia a parte, quello che manca in Italia (se non si è capito ancora) è l’approccio universalistico del welfare, concentrato, soprattutto sul sistema pensionistico (spesa per le pensioni è al di sopra di almeno 15 punti percentuali rispetto alla media europea) .

In Italia sono assenti le spese universalistiche del welfare, ovvero le spese che creano autonomia da un centro che elargisca benefici attraverso l’appartenenza ad una forma di corporazione. Il welfare è visto in Italia come un grande volano di spesa e strumento di consenso, esistono forme corporative di sussidi, sono tutti cesellati all’interno di schemi categoriali che presuppongono una esperienza lavorativa, forme che poi, tra l’altro, vanno rinnovati, prorogati, creando una situazione di incertezza continua, individuando comunque e sempre dei “clientes”.

Secondo Emanuele Ranci (direttore scientifico dell’IRS) “Vi sono forti interessi costituiti attorno alla conservazione dell’attuale sistema assistenziale settoriale e frammentato, le cui reazioni sono temute anche elettoralmente. Mentre la rappresentanza politica dei poveri e marginali e dispersi è sempre o quasi assai debole”

E’ tanto vero che quando è stato introdotto per “prova” il reddito minimo garantito in Italia, negli anni ’90, le valutazioni sui risultati di questo strumento, abbastanza univoche, hanno parlato di una operazione clientelare che ha comunque dato dei risultati positivi di risveglio dell’economia. Perché da quello che si legge, su tutti i testi, da quelli di Krugman (neokeynesiano) a quelli di Zingales (neoliberista),l’adozione di una qualche forma di welfare universalistico è un ottimo modo per stabilizzare e bilanciare l’economia delle nazioni.

Concludendo

Come per la battaglia sui rifiuti zero, la questione del reddito minimo garantito, come forma universalistica è una questione per lo più culturale in Italia. Il Nostro Welfare, che risente di un ricorso troppo grande all’istituto pensionistico ed è ancora una forma particolare e corporativa, non potrà trasformarsi in altre forme (che “paradossalmente” de facto sono già presenti), se non ci sarà un forte cambiamento culturale verso l’universalità degli strumenti in sé. Per quanto riguarda l’adozione e la messa in pratica di tali strumenti, è oramai dimostrato che l’adozione di questi strumenti contiene l’esondazione del debito pubblico ed eventuali shock economici, che nell’economia contemporanea sono sempre più frequenti.

Post Recenti
Tags: