Destra e Sinistra Addio di Maurizio Pallante


Basta leggere le poche pagine del prologo di questo libro, che inquadra la situazione attuale per capire che ci troviamo di fronte ad un grande autore e si spiega perché i suoi saggi sono numerosi e sempre molto attesi. La semplicità e la completezza del ragionamento che traspare dal prologo sono una prova lampante della completezza in materie come l’economia, la politica la filosofia, oltre al saperle diffondere con una proprietà di linguaggio e una naturale propensione al “farsi capire”.

Dopo il prologo, imperdibile, il libro inizia con un capitolo propedeutico, visto il titolo, che percorre velocemente la storia delle destre e delle sinistre nel pensiero moderno, la destra di varie nature, in particolare quella liberista e quella reazionaria, il comunismo, il socialismo, la social democrazia etc.

Dopo averle descritte, ed esaminato le varie differenze, nel capitolo successivo il professore Pallante trova un trait d’union in molti (quasi tutti)movimenti, sia di destra che di sinistra. Il modo di produzione, probabilmente cifra dei tempi dal 1850 al 1980 sicuramente, è stato accettato come un dato dal progresso dell’uomo, sia della destra liberista che dal socialismo reale, che si sono divisi nel concetto di redistribuzione della ricchezza. Tutte le forze succitate, per esigenze descritte a vario titolo, ma tutte quante riguardanti la modernità e il volere abbinare la propria corrente politica al nuovo ed al progresso, hanno combattuto l’agricoltura l’artigianato facendogli la guerra, fino a trasformare le comunità in comunità dedite al profitto e non agli scambi non commerciali come erano generalmente prima della rivoluzione industriale. Va da se che gli scambi commerciali esistevano anche prima della rivoluzione industriale, come la moneta, ma Pallante specifica che prima solamente l’eccedenza non prodotta si trasformava in business, in “negotium”, mentre la maggiore parte del lavoro fatto in casa e nell’orto non era utilizzato per gli scambi commerciali, ma per l’autoconsumo o per altri scambi non monetari. Sono arrivato oltre pagina 100 del libro e la digressione continua con il tema dell’innovazione, spesso e volentieri nella recente storia considerata come una cosa positiva, mentre tutto quello che apparteneva al passato era considerato come negativo. Il concetto di progresso si è spesso e volentieri legato con il concetto di sviluppo, nella recente storia poi si è sempre diviso tra paresi sviluppati e paesi non sviluppati, proprio considerando come sviluppati i paesi che erano dotati di un PIL più alto. Proprio per esemplificare viene preso un famoso discorso del presidente americano Truman, che sottendeva il paradigma dello sviluppo come unico progresso possibile.

Le affermazioni di Truman, che sono state la base di un certo modo di fare politica, riprese sia dalla destra che dalla sinistra, con il passare degli anni, sono sempre più messe in discussione e sempre più criticate. Certamente la voce che maggiormente si è caratterizzata per un cambio di rotta, è stata quella del Papa Francesco. Non è detto che questo sia l’inizio di un percorso che cambierà il concetto, sempre positivo di innovazione e sviluppo, ma con Papa Francesco cambia il concetto di sviluppo e benessere, nella “populorum progresso”, dove mette in primo piano il rispetto per le risorse naturali. L’uomo, che è al centro del creato, deve far di tutto per preservarlo e non può distruggerlo in nome del progresso. Chiuso un capitolo sull’innovazione, Pallante prosegue parlando di povertà. In questo capitolo, tra l’altro affrontando due temi che mi stanno a cuore, il mezzogiorno d’Italia e la Sardegna. La descrizione della situazione attuale di questi territori, li candida, almeno in questi anni, ad essere dei laboratori a cielo aperto per una economia che metta al centro l’autoproduzione, soprattutto nelle località dove ogni famiglia può concedersi il lusso di un orto per l’autoconsumo. Il rilancio della cosiddetta agricoltura tradizionale per garantire una un autosufficienza alimentare, diventa prioritario per evitare o almeno cercare di tamponare la fuga che dal meridione sta continuando verso le regioni del nord e le nazioni dell’europa Centrale.

Il Capitolo successivo gioca già a partire con il suo titolo con una famosa frase di Marx.”la religione è l’oppio dei popoli”, basta aggiungere un punto interrogativo, e il capitolo, seppur breve, è servito. Andava scritto, soprattutto trattandosi di un saggio tra destra e sinistra. Molto stretto il legame tra religiosità ed agricoltura, basti pensare che “culto” è una parola che fa da radice anche alla parola “agricoltura”. La religiosità è legata all’egualitarismo, e spesso, nella storia, ha avuto legami con movimenti politici rivoluzionari che inneggiavano all’uguaglianza. La questione “oppio dei popoli” invece è legata all’utilizzo della religione e della religiosità che spesso chi deteneva il potere ha usato. E’ il classico “alibi di potere”. Chiaramente la Sinistra, accusando il sistema ecclesiastico o religioso di fare da Oppio in un colpo solo ha attaccato il sentimento religioso dei cattolici, insito nell’indole per motivazioni storiche e ha consegnato alla destra la patente di parte politica in difesa della religione e della religiosità, attirando a se in modo naturale il mondo cattolico. La Destra ha scelto la Chiesa e la Chiesa ha scelto la Destra, un matrimonio di interessi che si protrae dall inizio della rivoluzione industriale e continua fino ai giorni nostri. Questo accade pressappoco in tutto il mondo, in italia Pallante ricorda che la Democrazia Cristiana non è mai andata sotto il 30%, fino naturalmente al 1994, dove si sciolse. Dunque si arriva al dunque. In questo schema si perde la spiritualità, comprata dal benessere che invade il Paese, attraverso i singoli, le famiglie e l'intera società, e coloro i quali lottarono in quegli anni per una uguaglianza, furono i “materialisti della sinistra”. Perché Pallante ci dice questo? Lo spiega nel suo capitolo. La spiritualità è una componente importante in un percorso di demonetizzazione della vita di una famiglia o di una comunità. Se non si è convinti dal punto di vista religioso, spirituale che vivere per la paga e per l’accumulazione di ricchezze non sia la cosa più importante, allora, sarà difficile, se non impossibile, qualsiasi processo di riconversione.

Il finale (che nei libri di economia è sempre il punto debole) diventa per davvero il pezzo forte del libro. In questo tipo di saggi, se sono scritti bene, se ci si limita a descrivere ed osservare il problema, stiamo già leggendo un libro che inquadra la questione in maniera completa ed obiettiva.

Tutti i saggi, in maniera discorsiva o puntuale presentano nel loro finale un elenco di possibili soluzioni. In questo testo, la descrizione del problema è espressa in maniera semplice e completa, e la parte relativa alla soluzione è completa.

I capitoli sul paradigma culturale della decrescita e sul concetto di uguaglianza, che è stato male interpretato perché è stato declinato soltanto in termini monetario/reddituali, storicamente, si dalla destra clericale che dalla sinistra, rappresentano una spettacolare conclusione che evito di "spolierare" qui, ma che raccomando.

Il libro ha una base concettuale e una chiarezza espositiva che meritano menzione, ovviamente nel merito della questione “decrescita” esistono tutte le perplessità del mondo in riguardo a quello che si intende realizzare e se e come la decrescita selettiva enunciata verrà messa in pratica o resterà lettera morta sia per quanto riguarda le pratiche dei singoli e delle comunità, sia riguardo al fatto che i governi e la politica possano introdurre misure adeguate per lo sviluppo dell’economia senza PIL. Detto questo il contributo di Maurizio Pallante rimane un quadro suggestivo, per il quale ancora oggi vale la pena spendere un sogno.

Davide Gatto

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