Ripensare il Capitalismo di Philip Kotler


Che si tratti di un grande saggista/manualista economico, sicuramente lo si apprende già dalle prime pagine del suo libro, si vede come sono curati i dettagli, come si riportino autori e fatti in maniera precisa e puntuale, si capisce come ogni pagina sia il sunto, l’estratto, redatto così da non fare annoiare il lettore, di tante altre pagine e letture di ragionamento.

Kotler è famoso anche per la sua semplicità nella lettura e non si smentisce, ovvio che si tratta di una semplicità dettata dalla necessità di arrivare a tutti.

Un libro per salvare, modificare il capitalismo, modalità economica che è oramai già sulle scialuppe di salvataggio. Il libro non vuole interloquire con i professori, i Dean di tutti gli istituti accademici, ma parla a chi lavora, a chi fa impresa e a chi è disoccupato, cercando di spiegare i suoi punti, ma cercando anche una certa interlocuzione tra questi 3 tipi di lettori.

Esistono i poveri di tutto il mondo, il miliardo di poverissimi e i due miliardi di poveri, ma esiste la povertà anche nei paesi industrializzati, il libro parla anche ai poveri di tutto il mondo, è passato il tempo dove si diceva che un paese con aziende in forma e gestite correttamente, sarà un paese in piena occupazione che vedrà l’assenza della povertà, qui, al pari di Piketty, si esclude che il mercato si autoregoli in questo senso ed è questa la grande novità del capitalismo mondiale.

Kotler non vuole dimostrare teorie, ma trova i problemi e cerca soluzioni adottate in tutto il mondo per risolverli, leggendo autori riconosciuti, ma anche quelli che 20 anni fa si definivano di “altra economia”. Leggere Kotler e vedere Piketty nominato tante volte quanto Milton Friedman pare essere il segno dei tempi, saranno stati i due mandati di Obama, sarà stata davvero l’evoluzione del dibattito negli stati uniti sul capitalismo e sulla povertà, ma decisamente questo libro se non segna i tempi, li segue decisamente.

L’algoritmo del capitalismo è messo duramente alla prova, l’autore cita spesso Malthus e la storia dell’acqua che sale e che salendo di livello le barche galleggiano tutte più in alto, ecco pare che questo non succeda più, i cicli economici e comunque tutto il capitalismo, che veniva considerato una panacea per la società, oggi viene apertamente, da tanti più pensatori oramai considerato errato nei suoi principi e nelle sue modalità fondanti. Scritto così sembrerebbe una rilettura delle riflessioni di Marx alle quali Kotler è giunto oltre 160 anni dopo, ma non si tratta di questo, sebbene è interessante avvicinare due scuole di pensiero così distanti. Marx ripudia il capitalismo e ne intravvede i semi negativi. Marx scopre nella Londra del 1850 che questa esperienza è portatrice di difetti e negatività, e dal principio non la considera emendabile, Kothler invece, crede nel capitalismo, anche quello fordista, lineare si direbbe oggi, ma allo stesso tempo prende atto dei disastri che sono causati dal capitalismo, che il capitalismo stesso non riesce a risolvere. Questi difetti, uno su tutti la grande diseguaglianza, che sta aumentando così a dismisura da mangiare anche quanto di buono c’è nel capitalismo.

Ma il libro nasconde altre sorprese al lettore, soprattutto sul finire. Imperdibili i due capitoli finali che parlano diei “discutibili risultati del Marketing” e di “fissare il giusto tasso di crescita del PIL”. L’allievo di milton friedman, professore della kellog's school of management della Northwestern University, autore del mitico “marketing Management” che tutti noi abbiamo avuto per le mani, che ci ha fatto sentire tutti dei paperon dei paperoni e ci ha fatto entusiasmare sulle "4 p", che sono un sistema molto banale se si intende applicarlo alla maniera scolastica, e che poi, nella vita normale non vengono mai applicate come resta scritto sui libri, insomma proprio lui si inizia ad interessare di tutto quanto, dagli anni ’90 li si diceva praticamente contro, addirittura affrontando i temi della decrescita.

In verità Kothler è molto più preparato sui danni che fa il marketing, sui 5000 messaggi pubblicitari che captiamo ogni giorno, che sono impossibili da evitare, le sue domande sono semplici, forse anche imbarazzanti, ma colpiscono tutte al segno. Ma non sarà che abbiamo troppe auto? Ma non sarà che il cibo che mangiamo risente di campagne di marketing? E che i nostri errori alimentari nascono da tanta pubblicità a prodotti con tanti zuccheri, più del clinicamente consentito? Su questo punto il Guru cresciuto tra L’università di Chicago, Il MIT e La Northwestern University ha le idee chiare, il Governo non deve avere paura di affrontare una fase di proibizioni, come fece per l’alcool e per la droga, in alternativa, un diverso livello impositivo, oppure, una strategia di marketing volta a opporsi a queste pulsioni.

In questo capitolo una menzione a parte, che riguarda soltanto il mondo nordamericano, è la questione delle armi, dove distributori, lobbisti e pubblicitari non mollano il mercato di vendita delle armi negli Stati Uniti. Anche questa è una cosa che andrebbe bandita in due minuti dalle autorità, ma guarda caso, grazie ai lobbisti, dopo ogni tragica strage che si verifica in America, la soluzione è di liberalizzare ancora di più la vendita e la distribuzione di armi. La pubblicità infine è la “P” che è la colpevole più di tutte, perché agisce e può agire sui desideri di un uomo, ergo di un consumatore, che spesso e volentieri viene spinto ad acquistare cose che non ci servono.

Ovviamente la colpa non è solo del settore privato, alla fine del capitolo parla di beni pubblici quali istruzione e sanità e di come, se funzionassero adeguatamente, servirebbero a tamponare quelli che sono, per dirla come George Lucas “i lati oscuri delle strategie di marketing”.

Nel Capitolo 13 Kothler ci parla di “fissare il giusto tasso di crescita del PIL” In questo capitolo, si parla di impronta ecologica, sostenibilità, decrescita, tutti temi che 20 anni fa erano nei suoi libri come note a margine, ed esistevano altri autori e personaggi pubblici che si spendevano per fermare quelli che sono gli effetti del capitalismo liberale adducendo filosofie eretiche quali la decrescita la transizione che agli orecchi degli uomini che abbracciavano un certo paradigma culturale sembravano puri estratti di follia.

Saranno state le due guerre nel golfo, sarà stata la presidenza obama, gli effetti del global warming, la povertà diffusa negli usa, o non so cosa altro, ma il dibattito è andato molto avanti ed entra anche nelle case dei più grandi sostenitori dell’impresa dura e pura, del mercato senza appigli burocratici, della gara a chi riesce ad avere più quote di mercato.

Il capitolo finale è “creare felicità oltre che merci” questo sicuramente trent’anni prima lo avrebbe comunque scritto nei suoi manuali, il capitalismo liberale avrebbe dovuto distribuire da solo la stessa parte di felicità a tutti i cittadini del mondo, bastava solo attendere i tempi giusti, oggi invece la certezza che il capitalismo non lo faccia che l’assurdità dei profitti per pochi sia diventata certezza, bilancio dopo bilancio, che la vita smodata ed effimera degli hedge funds, che il capitalismo a 7, 75 dollari l’ora come salario minimo è realtà occorre muoversi in maniera tale che il sogno malthusiano di una barca che galleggia più in alto spostata dall’innalzamento della corrente diventi realtà.

Con questo testo cambia il mio concetto interpretativo di Capitalismo, nasce un nuovo Capitalismo, figlio della nuova ricerca economica e delle crisi dei nostri giorni. Ed è questo sistema che dovrà sorreggere in futuro l’economia del nostro mondo.

“Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta” - Socrate

Davide Gatto

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